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Nello scrivere un testo di narrativa riveste un’importanza considerevole conoscere i cosiddetti assi di variazione, perché nello scrivere un dialogo (ma non solo) non possiamo tenere in considerazione unicamente quello che è chiamato italiano standard. Questo perché una lingua diffusa non può essere scevra da alcune differenziazioni che dipendono da variabili denominate appunto: assi di variazione.
Quali sono questi assi di variazione?
Sono:
Variabile diatopica
Variabile diastratica
Variabile diafasica
Variabile diamesica
Variabile diacronica

Ora le andiamo a conoscere nel dettaglio in modo che anche chi è a digiuno di questa materia, possa avere le conoscenze di base e capire di cosa si sta parlando. Questo perché queste variabili possono essere un ulteriore strumento utile all’interno della nostra cassetta degli attrezzi da scrittore.

Variabile diatopica
Per chi ha una superficiale conoscenza del greco (ricordiamo che anche il greco è una componente importante del lessico italiano!) può già immaginare che tipo di variazione sia questa. Infatti, in “diatopica” possiamo riconoscere “tòpos” che vuol dire letteralmente luogo.
Quindi questa variazione prende in considerazione lo spostamento nello spazio.
Infatti, sappiamo bene che nonostante l’Italia non sia poi così grande, l’italiano non è usato dappertutto nello stesso modo, infatti ci sono delle variazioni in base alle zone che prendiamo in considerazione.
Questo è dovuto anche al fatto che la nostra penisola presenta una ricchezza e vitalità dei dialetti che spesso hanno influenzato l’italiano della zona, prestandogli anche qualche termine.
Si tratta quindi di una variabile da tenere sicuramente in considerazione, infatti, se il nostro personaggio è un toscano e magari noi siamo di Napoli, dovremo stare attenti a plasmare bene il suo lessico e alcune delle sue espressioni, altrimenti rischieremmo di renderlo poco credibile e connotarlo nel modo sbagliato.

Variabile diastratica
Anche qui non sembrerebbe difficile individuare da cosa possa dipendere questa variazione cioè lo strato sociale del parlante.
Quindi entrano in gioco determinati elementi che aiutano a dare una cornice sociale al nostro personaggio.
Il livello d’istruzione
Questo è probabilmente l’elemento più importante, anche più del reddito, infatti, non possiamo pensare(almeno quasi sempre) che un uomo che abbia frequentato la scuola fino alla terza elementare parli come uno che sia laureato. Questo è un errore che spesso molti autori commettono, perché sembra che i loro personaggi abbiano il livello d’istruzione dell’autore e non quello che gli è stato assegnato nella storia. Così ci troviamo personaggi che dovrebbero essere semianalfabeti, ma che in realtà parlano come un docente o a volte anche il contrario.
Il reddito e la classe sociale
Un dirigente d’azienda probabilmente si esprimerà in maniera diversa rispetto a un operaio metalmeccanico. Quindi anche questo è un elemento non secondario.
Il genere
Questo probabilmente è un fattore che poco si tiene in considerazione, sbagliando. Infatti, a volte il lessico e l’espressioni di uomini e donne non coincidono.
L’età
Penso che questo sia al contrario del precedente uno degli elementi che più saltano all’occhio, infatti difficilmente un ragazzino parlerà come suo nonno. Anche perché spesso i più giovani usano espressioni che in quel momento sono “alla moda”, per poi dimenticarle completamente dopo qualche anno.

Variabile diafasica
Questa variabile dipende dal contesto comunicativo, dal rapporto tra gli interlocutori e dall’argomento.
Ovviamente da questo dipende l’uso di un linguaggio formale o informale.
Ad esempio un cameriere si rivolgerà in maniera differente al proprio cliente rispetto a come farebbe con un collega, questo perché adotterebbe nel primo caso un linguaggio sicuramente più formale.
Ma la variazione non si presenta solo in questo caso.
Facendo sempre un esempio per chiarire le idee, un esperto di chimica rivolgendosi a un profano non userà un linguaggio tecnico (cosa che invece potrebbe fare nella stesura di un saggio sull’argomento), questo per aumentare le possibilità dell’interlocutore di capire di cosa si stia parlando(anche se, in alcuni casi potrebbe adottare un linguaggio specialistico per ottenere l’opposto).

Variabile diamesica
Si chiama in questo modo la variazione che prende in considerazione il mezzo materiale attraverso il quale si comunica.
Una discussione via chat o via sms sarà sicuramente differente da una discussione portata avanti di persona da due o più interlocutori.
Quindi è importante che un autore durante la scrittura prenda in considerazione questi elementi, per non fare in modo che i suoi personaggi parlino e scrivano nello stesso modo senza tener conto del mezzo attraverso il quale si esprimono.
Scritto, parlato e trasmesso (sia quello scritto: mail, sms; sia quello parlato: telefono, radio), sono le tre categorie (l’ultima è la più recente) in cui risalta questa variazione.
Infatti, nel parlato usiamo espressioni e costruzioni che difficilmente fanno la loro comparsa nei testi scritti(dove si tende anche a seguire maggiormente le regole grammaticali).
Quando parliamo, lo facciamo con persone presenti e sia noi che loro quasi sempre hanno ben chiaro il contesto e la situazione(mentre nello scritto bisogna essere sempre espliciti, perché chi ci legge può essere lontano nel tempo e non conoscere bene il contesto in cui scriviamo).

Variabile diacronica
Anche il focus di questa variabile è facilmente intuibile dalla maggioranza dei lettori, infatti, si tratta della variazione che prende in considerazione il tempo (in greco krónos).
Infatti, con il passare del tempo si ha un mutare della lingua che a volte può essere vistoso perché rapido, altre volte quasi subdolo per la sua lentezza.
Questo mutamento può essere dovuto: all’abbandono di alcune forme a vantaggio di altre; al processo di grammaticalizzazione che permette ad alcune parole di assumere una funzione grammaticale; alla lessicalizzazione che è quel processo in cui elementi grammaticali permettono la generazione di nuove parole; al contatto con lingue straniere che hanno creato vere e proprie interferenze linguistiche con l’italiano(possiamo pensare in questo caso alle tante parole straniere che non sono state adattate, ma che hanno conservato la loro forma originaria).

Questa era l’ultima variabile e quindi la trattazione (molto sintetizzata) di quest’argomento può dirsi conclusa.
Non dimenticate quindi di tenere conto degli elementi di cui abbiamo parlato sopra quando cercate di caratterizzare i vostri personaggi, in questo modo potrete dar loro maggiore coerenza e credibilità che sono due cose che nella stesura di un testo sono sicuramente molto importanti.

Da una discussione avuta su facebook mi è venuta l’idea di trattare l’argomento anche qui.
Negli ultimi giorni, leggendo i vari racconti che sono giunti per Nerinchiostro, ho avuto modo la conferma di una tendenza che avevo avuto modo di notare già nel 2008(quando mi ero affacciato per la prima volta in questo mondo).

Qual è questa tendenza?
Semplice, l’uso di nomi stranieri(e quindi spessissimo di ambientazione straniera) da parte degli autori esordienti/emergenti italiani.

Questa tendenza è una delle tante cose su cui si discute spesso e volentieri sui forum di scrittura. Ricordo benissimo una discussione di decine di pagine sul Writer’s dream a proposito. Discussione che però penso sia andata persa visto che all’epoca il forum era ancora su forumfree.

L’uso di nomi stranieri mi fa storcere il naso, non posso negarlo. Anche se penso che l’utilizzo a volte possa essere interessante, ma questo nel caso ci sia un’ottima conoscenza di base da parte dell’autore dell’ambientazione straniera. Naturalmente questo uso deve essere anche funzionale alla storia.

Purtroppo difficilmente gli autori hanno questa conoscenza e altrettanto difficilmente la trama ha bisogno di questo uso.
La situazione più usuale è questa:
l’autore è italiano, i protagonisti si comportano come italiani, hanno un modo di esprimersi italiano, ma si chiamano Kevin e Jane. Sì, perché coloro che usano questo espedienti il più delle volte non conoscono l’ambiente che vanno a descrivere se non per qualche film o serie tv che hanno visto. E ovviamente fonti del genere non sono affatto attendibili.

A parer mio si deve scrivere di ciò che si conosce(non intendo che per scrivere horror devi conoscere un mostro a sei teste). Ma per strutturare un personaggio anglosassone o comunque straniero si deve entrare nelle loro strutture di pensiero. E molti non lo fanno. I loro personaggi sono americani all’anagrafe, ma completamente italiani nelle strutture di pensiero e anche nel resto.

Insomma una ricerca di esoticità che rende, sempre a parer mio, molto meno credibile e coerente la storia, nonché eccessivamente dozzinale.
Perché lo fanno?
Alcuni perché preferiscono i nomi stranieri, altri perché si sentono più stimolati, altri ancora perché sentono di banalizzare il tutto chiamando un loro personaggio Gennaro o Filippo.

Ovviamente anche queste risposte mi fanno storcere il naso. Tuttavia non bisogna generalizzare, sempre riferendomi alla mia esperienza(perché parlo o provo a parlare di ciò che conosco) ho avuto modo di leggere racconti di ambientazione straniere, in cui quest’ultima era funzionale(non tutte le situazioni sono adatte ad essere ambientate in Italia) o comunque c’era una buona conoscenza degli usi e dei costumi, con strutture di pensiero ben diverse da quelle italiane. In questo caso l’uso è apprezzato e anzi fa capire che ci sia stato maggior lavoro dietro la storia. L’autore si deve essere sforzato per rendere la situazione coerente e credibile.

Insomma io ho detto la mia, non so se qualcuno commenterà, ma qualora lo facesse sarei curioso di leggere il suo pensiero(anche nel caso fosse di matrice opposta, basta che non vi firmate con nomi stranieri, scherzo ovviamente).

Un saluto!
Massimo Junior(il nome è proprio così, nessuna ricerca dell’esotico).

P.s. Ricordate! La vera rivoluzione è usare i nomi 100% italiani! Ovviamente scherzo anche qui.

P.p.s ovviamente la discussione non riguarda racconti/romanzi fantasy, perché lì ogni mondo ha determinate regole e caratteristiche linguistiche e comportamentali.

Salve a tutti,
sono qui oggi per parlare della virgola, perlomeno per quanto la mia conoscenza sull’argomento me lo permetta.
Naturalmente le regole, che scriverò a breve, non devono essere prese come verità assoluta, perlomeno secondo il mio parere. Nella redazione di un testo in prosa, infatti, si potrebbe ritenere maggiormente funzionale un uso diverso della virgola sia nei dialoghi sia nella narrazione, ma il consiglio che vi posso dare è di non esagerare con questi espedienti, che potrebbero rendere la lettura più difficoltosa. A volte io stesso, nei post, non seguo le regole esatte della punteggiatura, ma forse, questo si potrebbe ascrivere a poca accortezza piuttosto che ignoranza(poi che si tratti della seconda è sempre possibile :P).
Ecco le regole generali per l’uso di questo simpatico segno di interpunzione.
La virgola deve essere usata:

negli elenchi e nelle numerazioni Devo comprare pane, acqua, latte, plutonio.
quando si chiama qualcuno Giorgio, vieni qui.
per indicare una pausa nel discorso principale Avendo rotto il phon, ne ho comprato un altro.
prima di ma-anzi-però-invece-tuttavia-se-benché
dopo sì, no, bene Sì, sono stato io.
tra parole strettamente connesse tra loro nel discorso Amilcare, fratello di Teodoro, è un simpatico zuzzurellone.

La virgola non deve essere usata prima di né, o e tra il soggetto ed il predicato(questo sarebbe un errore grave).

Saluti,
Massimo.

Molte volte, leggendo i bandi dei concorsi vi è una limitazione espressa in cartelle(ad esempio: lunghezza massima 3 cartelle, 4 cartelle e cosi via).

Ma cosa sono queste cartelle?

Bisogna premettere che vi sono due tipi di cartella:

La Cartella editoriale: composta da 1800 battute, suddivise in 30 righe; ogni riga, 60 battute;

la Cartella commerciale: composta da 1500 battute, suddivise in 25 righe; ogni riga, 60 battute.

Il più delle volte la richiesta riguarda la cartella editoria, ma raramente si potrebbero trovare concorsi che richiedono cartelle commerciali o cartelle da 2000 caratteri.

Per chi non sapesse come contare i caratteri su Word, ecco una breve ed esplicativa guida.

Bisogna premettere che nel conteggio caratteri, vengono contati anche gli spazi ed i segni di interpunzione. Dopo aver aperto word ed aver scritto il nostro racconto/romanzo/altro bisogna contare appunto le battute,il modus operandi è presto detto, basta andare nella parte inferiore sinistra di word ove vi è la scritta parole(cerchiata nello screen)
cartelle

Dopodiché si dovrebbe aprire una finestrella del genere.

cartella

Il parametro da tenere in considerazione è quello cerchiato, in base al numero indicato, si saprà il numero di caratteri che compone il brano, e quindi dopo una facile divisione: il numero di cartelle.

Spero che la guida sia stata utile ed esaustiva

Oggi parleremo della c.d. espressione “Show, don’t tell” che tradotta letteralmente vorrebbe significare ”Mostra, non dire”. Questa raccomandazione che a prima vista può sembrare insignificante, in realtà deve essere tenuta in considerazione da tutti gli scrittori in erba o non. La regola di base è che vadano preferiti le azioni ed i dialoghi rispetto a spiegazioni e commenti. Infatti, usando i primi due si conferisce maggiore interesse all’opera ed agli stessi personaggi, che vengono così scoperti per le loro azioni e reazioni e non per una sterile descrizione comportamentale dell’autore. Lo stesso coinvolgimento da parte del lettore aumenta, in quanto trae le proprie conclusioni sul carattere del personaggio senza essere influenzato da ciò che dice l’autore.

Citando wikipedia: Uno dei primi esempi di tale suggerimento proviene da Henry James. Nella prefazione all’edizione newyorkese di Daisy Miller, egli lasciò un segno a penna ai margini delle sue note, ricordando a sé stesso di ‘Drammatizzare, drammatizzare!”

Ritornando alle sopracitate reazioni ed azioni, ecco un esempio prima del dire e poi del mostrare.

Dire: Il vecchio Orlfosson era un uomo piuttosto burbero, soprattutto con i bambini.

Mostrare: Orlfosson era seduto fuori la propria veranda, guardava con rabbia i bambini giocare, quando questi tirarono un pallone proprio contro la sua finestra. Orlfosson, nonostante gli anni sul groppone, si alzò di scatto e sbraitò, ricoprendo di improperi i bambini, poi brandendo il proprio bastone cercò di metterli in fuga, non terminando di sciorinare imprecazioni a più non posso. Nel vederli scappare, il volto si riempì di orgoglio e sollievo, finalmente poteva stare tranquillo.

Il secondo esempio è sicuramente più interessante del primo, lascia l’interpretazione al lettore che può considerare Orlfsson burbero o meno e non limitandosi a prendere atto di ciò che l’autore scrive.

Tuttavia non sempre il mostrare va preferito al dire, a volte la preferenza deve andare su quest’ultimo, nel caso si tratti di passi non interessanti ma che comunque legano due fatti “mostrati”, esempio preso da wikipedia:

Bob ha una lite con il suo capo
Bob guida verso la casa della sua ragazza
Bob ha una lite con la sua ragazza
Il primo ed il terzo devono essere mostrati per rendere meglio l’idea, quello centrale invece non avendo nessun evento interessante al suo interno può essere semplicemente detto.

Un’altra idea per usare il dire invece che il mostrare potrebbe essere quella di mettere su una falsa pista il lettore con un commento del narratore, che viene poi reso inaffidabile dalle azioni compiute dal personaggio che si rivelando diametralmente opposte al giudizio che il narratore aveva espresso su di lui.

Dovrebbe bastare così, spero di essere stato chiaro in ogni mia considerazione, ricordate: Show, don’t tell!

Postilla: si ringrazia la wiki per le informazioni da essa estrapolate.

Come promesso ecco il mio primo contributo.
Dopo tanto tempo passato a scrivere quasi in clandestinità, avete finalmente terminato il vostro romanzo/raccolta di racconti/silloge poetica(ma forse per voi quest’articolo non serve)

In ogni caso dopo un’ATTENTA stesura potete finalmente sottoporre il vostro lavoro, o se preferite la vostra opera, ad un editore degno di tale nome. Il primo consiglio che vi do è quello di non affidarvi solo alle grandi case editrici, molte non accettano esordienti, altre hanno rapporti solo con agenzie, le residue probabilmente vi leggeranno. Trovate anche qualche casa editrice piccola, che però non sia una bieca stamperia. Pubblicare con contributo è peggio che non pubblicare affatto, infatti, la pubblicazione compartecipata porta referenze negative, non lo sto dicendo io, è di dominio comune. Nello scrivere la lista delle case editrici papabili, tenete conto: della loro linea editoriale; del fatto che accettino o meno esordienti; della loro preferenza per l’invio.

Linea editoriale: inutile inviare un romanzo fantasy ad una casa editrice che pubblica solo romanzi mainstream, oppure mandare sillogi poetiche a chi si occupa prettamente di narrativa. Perdete tempo voi, la casa editrice ed anche i poveri autori che hanno rispettato la linea editoriale non mandando allo sbaraglio.

Preferenza per l’invio: c’è chi accetta solo una sinossi, chi oltre la sinossi vuole qualche estratto, oppure alcune vogliono il manoscritto in forma cartacea, altre lo accettano anche in via telematica. Infine altre non vogliono leggervi, perché fondamentalmente non siete un nome famoso.

Dopo aver trovato le case editrici che fanno più al caso vostro, non mandate direttamente, navigate un po’ su internet e reperite informazioni su di loro, se raccogliete solo esperienze negative, forse, è il caso di concentrare i nostri sforzi altrove.

Per concludere ripeto che all’inizio anche una piccola casa editrice può essere una buona vetrina, a rincorrere le grandi con la propria opera prima si rischia di invecchiare. In sintesi: provarci sì, intestardirsi unicamente con loro, no!