Buongiorno a tutti! Per questa nuova intervista dellarubrica “Ci risponde…” abbiamo qui Gianni Gardon. Ciao Gianni! Benvenuto su questo blog.

Ciao Massimo, è un piacere per me essere ospitato nel tuo interessante blog.

Partiamo subito dalla prima domanda, ci racconti un po’ di te?

Rischio di essere subito prolisso, non sono bravo a fare il misterioso! Ho quasi 35 anni, ho sempre amato scrivere ma soprattutto leggere, leggere, leggere, sin da quando ero piccolo e anteponevo a macchinine e robot i fumetti disneyani, le storie che spesso inventavo e poi raccontavo ai miei fratelli, impersonando vari personaggi. Già all’epoca mi piaceva coinvolgere gli altri. Amo l’arte, la cultura, il teatro, la musica, lo sport. Ma il mio più grande sogno è quello di sposarmi con la mia ragazza Mary (Maria Teresa Zingaro, autrice tra l’altro della copertina del mio romanzo), costruire una famiglia.

Qual è il tuo autore preferito?

In realtà non ne ho uno in particolare, anche perché mi ritrovo spesso e volentieri a leggere saggi, manuali e biografie, dove contano elementi di attendibilità, veridicità e rigore più che creatività e stile. Comunque sì, adoro vari autori, dai classici come Pavese, Fenoglio, Svevo, Manzoni ai più moderni. In ambito straniero mi piacciono Gabriel Garcia Marquez e Nick Hornby, due scrittori diversissimi, ma che mi interessano per le istanze sociali che spesso raccontano, chi in modo serioso, chi col sorriso, dissacrando un po’. Tra gli italiani, ammetto di avere un debole per Niccolò Ammaniti, è molto originale, un autore con la A maiuscola. Peccato che il suo libro da me più apprezzato (“Come Dio comanda”) sia stato un po’ “maltrattato” nella versione cinematografica. Insomma, non si possono cambiare i finali, dai!

Hai esordito da poco con il tuo romanzo “Verrà il tempo per noi”, ci parli un po’ di questo tuo primo libro?

Questo libro è una delle mie soddisfazioni più grandi e ne apprezzo pure gli inevitabili difetti e il fatto che in un certo senso sia “acerbo”. La storia l’avevo in mente da un po’, da quando abitavo in appartamento universitario con due cari amici. Oltre a studiare, il nostro era un raggruppamento di idee, pensieri, progetti. Tutti e 3 abbiamo iniziato ben presto a condurre programmi radiofonici, a condividere passioni, come quello per la radio, la musica, i concerti, ai quali – essendo spesso accreditati – assistevamo con immenso piacere: gli anni ’90 erano ricchi di qualità in questo senso. Lì è venuta in mente l’idea di partorire un progetto letterario più ampio (perché comunque ho sempre scritto: canzoni, racconti, articoli) dove far confluire le mie passioni, il mio Io di quel periodo, che ricordo sempre con affetto. Poi studi, ti laurei, fai un Master, trovi lavoro (per fortuna subito, erano anni buoni anche per questo), passa il tempo e il libro rimane nel cassetto, fino alla scoperta di nuove modalità, alle potenzialità del web che hanno fatto in modo di avere un accesso e un contatto un pochino più immediato col mondo editoriale, di cui non conoscevo praticamente nulla.

Questo tuo romanzo è ambientato in Italia, molti aspiranti scrittori invece preferiscono ambientare le proprie storie all’estero, come ho scritto poco tempo fa su questo blog. Come mai questa scelta, che da parte mia trovo più che condivisibile e preferibile?

No, non ho mai pensato di ambientarlo all’estero, anche se in un primo momento pensavo di sviluppare di più la storia di un personaggio, originario dell’Irlanda. Adoro quella Terra e mi sarebbe piaciuto descriverla con dovizie di particolari, almeno per come la percepisco io; invece poi ho trasportato il tutto in Italia, precisamente a San Gimignano, una cittadina che mi è rimasta nel cuore, dopo una prima visita avvenuta vent’anni fa. Si tratta di posti magici, come la provincia di Siena, non a caso sfruttata alla grande anche nel cinema. Un film che adoro (“Io ballo da sola” dell’immenso Bernardo Bertolucci) non a caso, nel ’96, ha omaggiato quelle zone.

Qual è la tua opinione sugli ebook? “Verrà il tempo per noi” avrà una versione digitale?

Di mio non sono molto tecnologico, nonostante Internet e in generale l’utilizzo giornaliero di programmi di scrittura mi abbiano fatto cambiare idea sul fatto che non si possa nel 2012 farne a meno e andare avanti a “pelle e calamaio” (non a caso il nome del mio blog!). Però, pur essendo informato sugli ebook e sui supporti digitali, ammetto che non ne ho mai letto uno, preferisco l’odore della carta, sfogliare il libro, tenerlo in mano. Riguardo il mio romanzo, per contratto uscirà la versione in ebook ma sinceramente non conosco le tempistiche della mia casa editrice.

Leggo dalle tue note biografiche che tra le altre cose sei un educatore, un giornalista e collabori anche con una web radio. Ci parli un po’ di queste attività?

Della radio ho già accennato, è una passione antica, nata quando avevo 19 anni, poi purtroppo lasciata perdere, almeno a livello operativo, per contingenze fondamentali. Mi sono laureato e ho iniziato a lavorare; io non sono di Verona città, bensì della provincia, tra l’altro al confine con quella di Rovigo, e pertanto la distanza tra il mio paese (Castagnaro) e la sede della radio era troppa. Ho continuato sporadicamente a scrivere articoli per il sito di Popolare Network, quando andavo a concerti o a eventi, e da qualche anno sono nello staff di Yastaradio, una buonissima web radio alternativa gestita dal grande Dalse. Contribuisco con articoli, recensioni e molto di rado programmi, anche perché via skype ho qualche problema (tecnologia? Aiuto!). Ho sempre scritto articoli, all’inizio in ambito locale, per “Calcio Dilettante”, poi al termine dell’Università (non subito, dopo quasi 5 anni) ho conseguito un Master in Giornalismo. Ma a 30 anni, onestamente, e con un lavoro fisso come educatore che mi soddisfaceva, sinceramente, pensavo di non rimettermi in pista in un ambito così sfaccettato e imprevedibile come quello del giornalismo. Anche lì è venuto in soccorso Internet, ho cominciato a scribacchiare per siti di sport, finchè sono intervenuto sul Guerin Sportivo, per me la Bibbia dello Sport, la rivista più antica d’Italia, dove sono transitati fior di giornalisti. Ho mandato al sito della testata un accurato dossier sulla stagione scorsa, “le Pagelle del campionato”, giocatore per giocatore, dal Milan al Lecce, senza esclusioni, un articolo enorme. Il direttore Matteo Marani, una persona squisita e dai grandi valori, mi ha dato un’opportunità, ha pubblicato l’articolo a puntate e si sono riscontrati da subito feedback da parte di tutti i tifosi, dibattiti, scambi di opinioni. Ci siamo visti in redazione e da lì è iniziato tutto. Ora ho un contratto di collaborazione e ogni mese contribuisco alla resa della prestigiosa rivista, unico “signor nessuno”, in mezzo a giornalisti del calibro di Gianni Mura, Adalberto Bortolotti e Roberto Beccantini.
Sono laureato in Lettere e Filosofia, indirizzo Scienze della Formazione, e per quanto dapprima interessato all’insegnamento (sono stato supplente alle medie per un paio di anni circa), ho capito che sarei andato incontro ad anni di precariato e così ho provato altre strade, d’altronde avevo scelto un ramo socio – pedagogico. Ho iniziato a lavorare per una struttura privata, poi mi sono avvicinato a casa, operando con i disabili psichici. Dopo una brevissima esperienza con i minori, ambito che ti prende emotivamente, forse troppo, sono tornato a tempo pieno ad occuparmi di progetti educativi – riabilitativi in favore di soggetti con disagio psichico. Da tre anni ho intrapreso un progetto teatrale che sinora è confluito, dopo mesi e mesi di duro processo educativo, in due commedie (“Aurora e il Bosco Magico”, 2010, e “Carlotta e la felicità, 2011), interpretate sullo stesso palco da attori normodotati e altri con disturbi mentali. I risultati sorprendenti mi inducono a continuare su questa strada, nonostante la fatica. Ma le gratificazioni compensano il resto, soprattutto vedere la brillantezza negli occhi degli utenti, con conseguente aumento della loro autostima.
Facendo l’educatore, la tua è una sfida continua, è un mettersi alla prova con le proprie debolezze, con la propria emotività.

Sei giornalista musicale e leggo dal sito di Nulla Die: un gruppo di amici compie scelte importanti riguardo al futuro, in­trecciando sogni e musica. Quanto è importante la musica per te e come si lega – se lo fa – alla tua passione per la scrittura?

In questo contesto la musica era funzionale alla storia, si può dire che la trama quasi ne era intessuta. Ma non so se nel prossimo romanzo ci sarà così tanto spazio per questa mia autentica passione. Sin da piccolo ascoltavo musica di ogni tipo, soprattutto straniera ma poi guardavo pure Sanremo con la nonna. Mi ritengo poliedrico sufficientemente per non rimanere fregato da generi e etichette. In ogni caso adoro Radiohead, Sigur Ros, il folk, i Pink Floyd, Jeff Buckley, i REM, molti cantautori e gruppi italiani. Negli anni della radio, poi, ho avuto modo di conoscerne diversi, tra interviste e vere amicizie: Daniele Silvestri, Modena City Ramblers (idoli), Max Gazzè, Gio dei La Crus ma anche artisti di nicchia, ora di culto, come il grande Paolo Bnevegnù, che nel ’97 ringraziò me e l’amico fraterno Ricky Cavrioli nel disco degli Scisma, Mao, che poi lavorò a Mtv con Andrea Pezzi, i Soon, i grandi e mai dimenticati Divine della bravissima Valeria Nativio. AMO la musica!

Hai qualche nuovo progetto letterario? Cosa bolle in pentola?

Fortunatamente sono ancora molto coinvolto da questo romanzo, che sta raccogliendo consensi, come anche qualche sana critica, che ci può stare. Nessuno è perfetto e io voglio ringraziare ogni mio singolo lettore per la fiducia e l’attenzione prestatami. Ho tenuto una bellissima presentazione a Legnago, con circa 100 persone presenti, ho dovuto per il momento rinunciare a degli incontri con le scuole superiori a causa dei postumi di una malattia che mi ha colpito a inizio anno. Ora sto bene, sono guarito ma devo “moderare” un po’, stare a riposo. In ogni caso, sì, proprio ieri ho trovato quel “quid” necessario a legare le vicende di un soggetto che avevo già in mente. La fase della scrittura è successiva, prima l’idea è già chiara in testa, così non mi resta che trascriverla sul pc (il primo lo scrissi su carta ma ho capito che è una doppia fatica!). Facevo così anche coi temi al liceo, prima lo immaginavo, poi lo scrivevo direttamente, altro che brutta e bella copia! A parte gli scherzi, ho una storia già chiara, in un certo senso più matura (anche se il primo era volutamente “leggero” in alcuni frangenti, visto che parlava di adolescenti. Tengo a sottolineare che i “miei” ragazzi non sono per nulla stereotipati, anzi, ho cercato di elevare le loro vite, pur con tutte le insicurezze, le paure e le ansie dei 18 anni). Sono convinto che posso solo migliorare, uno scrittore dovrebbe sempre scalare qualche gradino, lo stile si affina strada facendo. Nel 2011 poi ho iniziato una fruttuosa collaborazione con un caro amico, Damiano Negri, autore del mio booktrailer. Lui è un aspirante regista (come un altro carissimo amico, Giovanni Corso) e in un paio di occasioni mi sono occupato della sceneggiatura dei suoi cortometraggi di genere principalmente horror. Abbiamo altri progetti per quest’anno.
Allargando il cerchio, pensando al futuro, non nego che mi piacerebbe scrivere una biografia sportiva, sullo stile dei maestri Eduardo Galeano e Gigi Garanzini (sto provando a racimolare contatti con alcuni esponenti sportivi in tal senso) o un saggio.

Quale consiglio daresti a una persona che sta per inviare per la prima volta il suo manoscritto?

Io non ne sapevo niente, ho voluto e dovuto prima informarmi bene. Per fortuna esistono molti spazi sul web, meno in tv o sui giornali, ai quali ho attinto a piene mani. Siti e forum come quello del “Writer’s Dream” gestito dalla giovane e combattiva Linda Rando sono una manna dal cielo per tutti gli aspiranti scrittori.
Ho selezionato per bene le case editrici a cui spedire il cartaceo, primo perché è un costo notevole stampare una ventina di manoscritti (sulle 500 e passa case editrici presenti in Italia!), dando uno sguardo attento ai cataloghi. Inutile mandare un cartaceo a chi indica nel loro sito di inviare solo via e-mail. O viceversa, ovviamente! Ho spedito pure alle big e mi fa piacere che un paio fossero vagamente interessate, è stato uno sprono ulteriore, anche perché mi hanno dato delle buone indicazioni. Avevo conosciuto e creato un buonissimo feeling con i rappresentanti di una casa editrice che apprezzo molto. Poi però, pur parlandone con loro, ho optato per Nulla Die che è stata tempestiva e sicura di volermi in scuderia. Sono rimasto in buoni rapporti, tanto che i due titolari di “Edizioni La Gru” sono poi venuti a vedermi a una presentazione. Insomma, siamo amici! Ma ciò non toglie che Salvatore e Massimiliano Giordano di “Nulla Die” mi hanno da subito accolto, protetto e aiutato a crescere, pur con tutte le difficoltà insite in una piccola ma seria casa editrice.

Dove ti possiamo seguire? Hai un blog, un profilo twitter, una pagina facebook o un sito personale?

Ho un blog che curo quasi quotidianamente, nel quale soprattutto pubblico gli articoli che vanno sul Guerin Sportivo e Yastaradio, ma poi, essendo un mio spazio libero, mi occupo pure di libri, recensioni, attualità e di me, del mio libro, delle mie emozioni.
Ecco il mio blog http://giannivillegas.wordpress.com/
Si chiama PELLEeCALAMAIO, lo curo da quasi un anno.
Ma poi sono anche su Facebook, di recente pure su Twitter (sempre col mio nome e cognome) e ho persino un canale su youtube, col nick “Allsking”.

Questa era l’ultima domanda, grazie per aver partecipato a quest’intervista!

E io non posso fare altro che ringraziare te per questa lodevole e utile iniziativa!
Ciao a tutti i lettori del tuo blog!

Da una discussione avuta su facebook mi è venuta l’idea di trattare l’argomento anche qui.
Negli ultimi giorni, leggendo i vari racconti che sono giunti per Nerinchiostro, ho avuto modo la conferma di una tendenza che avevo avuto modo di notare già nel 2008(quando mi ero affacciato per la prima volta in questo mondo).

Qual è questa tendenza?
Semplice, l’uso di nomi stranieri(e quindi spessissimo di ambientazione straniera) da parte degli autori esordienti/emergenti italiani.

Questa tendenza è una delle tante cose su cui si discute spesso e volentieri sui forum di scrittura. Ricordo benissimo una discussione di decine di pagine sul Writer’s dream a proposito. Discussione che però penso sia andata persa visto che all’epoca il forum era ancora su forumfree.

L’uso di nomi stranieri mi fa storcere il naso, non posso negarlo. Anche se penso che l’utilizzo a volte possa essere interessante, ma questo nel caso ci sia un’ottima conoscenza di base da parte dell’autore dell’ambientazione straniera. Naturalmente questo uso deve essere anche funzionale alla storia.

Purtroppo difficilmente gli autori hanno questa conoscenza e altrettanto difficilmente la trama ha bisogno di questo uso.
La situazione più usuale è questa:
l’autore è italiano, i protagonisti si comportano come italiani, hanno un modo di esprimersi italiano, ma si chiamano Kevin e Jane. Sì, perché coloro che usano questo espedienti il più delle volte non conoscono l’ambiente che vanno a descrivere se non per qualche film o serie tv che hanno visto. E ovviamente fonti del genere non sono affatto attendibili.

A parer mio si deve scrivere di ciò che si conosce(non intendo che per scrivere horror devi conoscere un mostro a sei teste). Ma per strutturare un personaggio anglosassone o comunque straniero si deve entrare nelle loro strutture di pensiero. E molti non lo fanno. I loro personaggi sono americani all’anagrafe, ma completamente italiani nelle strutture di pensiero e anche nel resto.

Insomma una ricerca di esoticità che rende, sempre a parer mio, molto meno credibile e coerente la storia, nonché eccessivamente dozzinale.
Perché lo fanno?
Alcuni perché preferiscono i nomi stranieri, altri perché si sentono più stimolati, altri ancora perché sentono di banalizzare il tutto chiamando un loro personaggio Gennaro o Filippo.

Ovviamente anche queste risposte mi fanno storcere il naso. Tuttavia non bisogna generalizzare, sempre riferendomi alla mia esperienza(perché parlo o provo a parlare di ciò che conosco) ho avuto modo di leggere racconti di ambientazione straniere, in cui quest’ultima era funzionale(non tutte le situazioni sono adatte ad essere ambientate in Italia) o comunque c’era una buona conoscenza degli usi e dei costumi, con strutture di pensiero ben diverse da quelle italiane. In questo caso l’uso è apprezzato e anzi fa capire che ci sia stato maggior lavoro dietro la storia. L’autore si deve essere sforzato per rendere la situazione coerente e credibile.

Insomma io ho detto la mia, non so se qualcuno commenterà, ma qualora lo facesse sarei curioso di leggere il suo pensiero(anche nel caso fosse di matrice opposta, basta che non vi firmate con nomi stranieri, scherzo ovviamente).

Un saluto!
Massimo Junior(il nome è proprio così, nessuna ricerca dell’esotico).

P.s. Ricordate! La vera rivoluzione è usare i nomi 100% italiani! Ovviamente scherzo anche qui.

P.p.s ovviamente la discussione non riguarda racconti/romanzi fantasy, perché lì ogni mondo ha determinate regole e caratteristiche linguistiche e comportamentali.

Vi segnalo una nuova intervista, questa volta ad opera di Antonio Pellegrino, collaboratore del portale d’informazione Newnotizie. Si parla di cultura, di scrittori emergenti e di Nero N.9.
Naturalmente ad Antonio vanno i miei ringraziamenti per lo spazio concessomi.

Vi lascio il link e vi auguro buona lettura.

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Un saluto,
Massimo

Scrivo per segnalarvi l’intervista ad opera di Matteo Max Zapparelli, l’intervista ha toccato vari argomenti, Nero n.9, l’editoria, gli scrittori emergenti, il Writer’s dream.

Un ringraziamento a Matteo per l’ospitalità sui suoi spazi.

Vi lascio il link,
saluti.
Massimo

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